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Ritorno alla Lira: cosa succede se l’Italia lascia l’euro?

28 Gennaio 2016

Le informazioni e i dati sono ritenuti accurati, ma non ci sono garanzie. Domino Solutions non è un consulente d'investimento e non offre consigli specifici di investimento. Le informazioni qui contenute sono solo a scopo informativo.



L’uscita dall’Euro, naturalmente, sarebbe accompagnata da un ritorno alla lira, la nostra vecchia valuta nazionale, il cui valore rispetto all’Euro non sarebbe in un rapporto di parità (1:1), bensì inferiore, ad esempio 1:0,5.

La svalutazione - la perdita di valore della lira o di qualsiasi altra valuta nazionale rispetto all’Euro - permetterebbe, a parità di tipologia e qualità di merci vendute sui mercati internazionali, di incrementare la quota di mercato italiana tramite un aumento della quantità di beni venduti all’estero, migliorando il saldo della bilancia commerciale (in deficit a causa dell’importazione netta di beni energetici).

Sempre considerando la bilancia commerciale italiana, la svalutazione della moneta nazionale rispetto all’Euro avrebbe però effetti negativi dal lato dei beni importati, causando un aumento del valore dei beni acquistati all’estero, contribuendo quindi ad un peggioramento del saldo con l’estero nello scenario di un ritorno alla lira.

Cosa succede se l’Italia esce dall’euro?
Sicuramente, un ritorno dell’Italia alla lira è difficilmente prevedibile, non solo nel senso che a oggi è uno scenario ancora impensabile, ma anche nel senso che non si possono fare previsioni certe. Sarebbe un bene o un male? Tutto dipenderebbe anche dal nuovo panorama economico che si profilerebbe, con una eventuale disgregazione dell’Ue (con tutti i Paesi che ritornano alle loro vecchie monete nazionali) o una sua continuazione (ma differente rispetto a come la conosciamo oggi).

Con un’uscita dell’Italia dall’euro muterebbe il clima economico generale, dall’Europa agli Stati Uniti, mentre avrebbero la meglio le economie emergenti, soprattutto la Cina. Non sarebbe necessariamente un male, se lo si vede da un’ottica esterna (anche l’economia vive di cicli e spodestamenti), ma sicuramente dovremmo cambiare abitudini di vita, usi e consumi.

Scordatevi i prelievi a tempi di record: i bancomat non funzionerebbero e le banche resterebbero chiuse per un po’ di tempo; a questo punto sarà necessario rompere il bussolotto e acquistare i beni di prima necessità con i nostri risparmi reali, in attesa della riapertura delle banche, nelle quali troveremo la sorpresa di vedere svalutato il nostro patrimonio: il ritorno alla lira significherebbe infatti anche svalutazione, variabile in base all’esistenza o meno dell’euro.

Un altro fattore da non sottovalutare sarebbe il riadattamento al consumo: i prezzi dei prodotti esteri sarebbero raddoppiati, mentre anche i prodotti interni avrebbero un forte rincaro. Ricordate il confronto del rapporto tra euro e lira all’inizio del Duemila sui prodotti acquistabili? Beh, ci sarebbe anche ai primi tempi di questo «nuovo mondo», ma stavolta l’occhio dovrebbe cadere sulla lira e non sul rimpianto euro. Utilizziamo il termine «rimpianto» apposta, perché in breve rimpiangeremmo la moneta unica e come vivevamo quando le cose andavano bene: un momento difficile ci sarà, eccome, ma il modo di superarlo anche.

Le banche verrebbero nazionalizzate per far fronte a un debito verso l’estero raddoppiato, mentre le piccole imprese chiuderebbero perché non riuscirebbero a fronteggiare i costi. A gioire sarebbero le imprese esportatrici, poiché venderebbero prodotti a un prezzo dimezzato e verrebbero pagate con valuta estera, certamente molto più forte della nuova lira. E forse sarebbe proprio questo fronte a incrementare una nuova crescita economica per il nostro Paese, che tuttavia dovrebbe abituarsi a non vivere più in un mondo «economicamente» globalizzato, almeno nei primi tempi. Ciò che mina queste certezze, tuttavia, è l’incombere delle economie emergenti, e la competitività del nostro mercato potrebbe non essere sufficiente.

Quindi, l’uscita dell’Italia dall’euro e il ritorno alla lira sarebbe un bene o un male? Molto difficile fare previsioni certe: sicuramente ci ritroveremmo a vivere in un mondo del tutto diverso da come lo conosciamo oggi. E dovremmo avere la forza di affrontarlo e, soprattutto, andare avanti senza più guardarci indietro.

L’Italia ci guadagna davvero?
Esaminiamo i dati sul commercio estero dell’Italia per definire se il ritorno alla lira sia davvero una scelta a vantaggio dell’Italia.



Il grafico qui sopra (dati FMI) riporta i dati del saldo delle partite correnti in rapporto al PIL - ovvero la differenza tra esportazioni di beni e servizi in rapporto alla differenza tra redditi in entrata e in uscita dal Paese.
I redditi in uscita sono dati ad esempio dagli interessi che lo Stato italiano paga sui titoli detenuti da residenti esteri: sappiamo, infatti, che la quota di maggioranza dei titoli pubblici nostrani è detenuta proprio da soggetti esteri.

Il ribasso del rapporto a partire dal 2000 fino al 2010, anno in cui il dato tra saldo delle partite correnti e PIL ha raggiunto il -3,5%, ha fatto scattare l’allarme. Ecco, si dice, a scatenare la crisi dell’Euro non sono stati gli «insostenibili» livelli del debito pubblico, bensì il peggioramento dei rapporti con l’estero; un’uscita dall’euro e un ritorno alla Lira consentirebbero allora di riacquistare la competitività perduta nel corso del primo decennio della moneta unica, la quale non ha consentito ai paesi membri di adoperare il meccanismo della svalutazione per riequilibrare i deficit commerciali.

L’inversione di tendenza del dato a partire dal 2010 sarebbe il frutto della crisi la quale, deprimendo la domanda aggregata, avrebbe depresso anche le importazioni, con ciò riequilibrando parzialmente lo squilibrio esterno.

Ritorno alla sovranità decisionale
Di più, la vera conquista per l’Italia di un ritorno alla moneta sovrana sarebbe quello di riacquistare autonomia decisionale in materia di politica fiscale e monetaria. Si potrebbe finalmente rompere quel rapporto (ormai saturo) con l’autorità monetaria europea, in maniera tale da poter abbattere i vincoli alla spesa stabiliti da Maastricht e le barriere economiche e istituzionali imposte dalla BCE nel poter operare come prestatore di ultima istanza.

Più spesa pubblica significa infatti maggiore occupazione, produzione e reddito. Un più elevato livello di occupazione comporterebbe prima o poi, grazie al maggiore potere contrattuale della classe lavoratrice, più elevati salari reali.

Inoltre, senza i paletti che limitano e rinnegano la spesa in deficit dello Stato e con una banca centrale nazionale operante da prestatore di ultima istanza, si potrebbero perseguire contemporaneamente gli obiettivi di piena occupazione e di contemporaneo sostegno ai titoli pubblici nazionali.

Cosa succederebbe allora se ci fosse un ritorno alla Lira? La risposta è: si potrebbero finalmente prendere decisioni in autonomia e nell’interesse collettivo.




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