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Volatilità sui mercati, i punti da seguire per chi investe in azioni
06-07-2018

  • L'aumento del prezzo del petrolio
  • Conseguenze dei rischi geopolitici
  • Le tensioni e la criticità dell'Europa
  • Dazi commerciali e dollaro più forte

    Da Gennaio ad oggi i mercati hanno visto un aumento della volatilità del +60%, i maggiori benchmark sono pari o quasi. Cerchiamo di dare uno sguardo a quali sono i motivi di tale volatilità e come possiamo muoverci per cercare di ottenere dei guadagni anche sfruttando tale volatilità. Incertezze politiche, timori sull'unione europea, dazi doganali guerra delle valute, questi i punti focali che andremo ad analizzare di seguito.



    L'aumento del prezzo del petrolio

    Le quotazioni del petrolio sono balzate di circa il 40% in quattro mesi. Nel gennaio 2017, l’Opec (l’organizzazione dei paesi produttori) e la Russia avevano deciso un taglio delle forniture di 1,8 milioni di barili al giorno. Da allora, la forte domanda e le tensioni geopolitiche hanno favorito la ripresa dei prezzi, che hanno raggiunto i livelli più alti da circa tre anni e mezzo.

    Abbiamo mantenuto una prospettiva rialzista sulle materie prime per gran parte di quest'anno e abbiamo minimizzato la minaccia alle previsioni. Sebbene le materie prime mantengano il loro status di asset class con le migliori performance nel 2018, il mese di giugno è stato una sostanziale battuta d'arresto dovuta alla debolezza della domanda dei mercati emergenti, alle preoccupazioni sulla guerra commerciale e all'uscita dell'OPEC con tagli dell'offerta.

    Ribadiamo le nostre previsioni per un aumento del 20% delle materie prime nei prossimi 12 mesi. Le prospettive dipendono da diversi fattori, tra cui una forte crescita del PIL, interruzioni dei principali mercati petroliferi e metallurgici, esacerbati dalle recenti sanzioni e la diminuzione delle scorte.



    Conseguenze dei rischi geopolitici

    In svariati paesi nel mondo ci sono stati dei rischi geopolitici non indifferenti. Tensioni in Turchia pre e dopo elezioni, un'inflazione galoppante del +15% e un PIL in decrescita. Poi ci sono Paraguay, Messico, Colombia e Venezuela. Paesi emergenti che devono fare i conti con politiche non accomodanti e guerre commerciali. Pensiamo al Messico e alle sue elezioni appena concluse e ad ottobre toccherà al Brasile, che proverà a voltare pagina dopo una legislatura travagliata e segnata dall'austerità.

    In Messico è stato nominato un presidente di sinistra, Lopez Obrador, per la prima volta nell'era moderna. Dal 2014 il Venezuela vive una crisi economica che ha messo in ginocchio il paese. L’inflazione oscilla tra il 700 e il 1.100% annuo e il bolivar, la moneta nazionale, è ormai carta straccia. Alla base di questa crisi è stata la caduta del prezzo del petrolio, risorsa su cui il Venezuela basa il 95% della sua economia. L’esportazione del greggio forniva le entrate necessarie per mantenere i costi dei servizi sociali messi in piedi ai tempi del governo socialista di Hugo Chavez.

    Le tensioni e la criticità dell'Europa

    Prevediamo che l'attuale ripresa economica ciclica dell'Europa sarà sostenuta, ma il rischio politico rimarrà elevato. La Catalogna è probabilmente la crisi più sottovalutata ancor prima della Germania che dovrà affrontare difficoltà nel mantenere viva la fiaccola di una unione tra i partiti di sinistra per continuare ad avere la maggioranza. La Mrkel non è mai stata così in bilico.

    La Brexit genererà discordia nei paesi dell'UE27 e l'asse M5S e Lega in Italia ha prodotto euro-scetticismo malgrado le rassicurazioni dei due leader Di Maio e Salvini. È improbabile che la sfida populista verso i partiti si disperda, continuerà a condurre a una frammentazione politica che renderà sempre più difficile la definizione di Europa unita. Austria e Ungheria sono tra i paesi più pressanti nei confronti del centrismo europeo.

    Le tensioni tra il FMI e alcuni membri della zona euro sulla sostenibilità del debito pubblico della Grecia potrebbero risorgere nel 2019, anche se per ora non crediamo possa essere un problema, mentre le relazioni dell'UE con la Turchia e la Russia resteranno tese. Gli sviluppi in Italia sono ovvi motivi di preoccupazione, evidenziando la persistente vulnerabilità dell'euro. Tuttavia, la resilienza istituzionale della zona euro è stata rafforzata, riducendo il potenziale di ricadute negative del mercato finanziario.

    La fine del QE a fine anno e l'aumento dell'inflazione a 1.9% per non destano preoccupazioni e i mercati sembra aver assorbito il fatto che nel 2019 probabilmente la BCE senza Draghi, comincerà ad aumentare i tassi.



    Dazi commerciali e dollaro più forte

    Al rafforzamento del dollaro devono guardare con attenzione gli investitori in mercati emergenti, perché è uno dei motivi dell’interruzione dal rally che durava dal 2016. Hanno sofferto soprattutto le nazioni che dipendono di più dai capitali esteri come la Turchia, il Brasile e l’Argentina. Il presidente dell’istituto centrale indiano ha sottolineato che il crescente fabbisogno di finanziamento del governo Usa fa salire la domanda di dollari e che allo stesso tempo la Fed non è più un acquirente, ma addirittura un venditore netto di titoli governativi a stelle e strisce. Di conseguenza, un volume sempre più consistente di denaro confluirebbe negli Stati Uniti dal sistema finanziario globale, il che farebbe aumentare il cambio del dollaro e salire i costi di finanziamento per i paesi emergenti.

    Con l’entrata in vigore degli iniziali pesanti dazi statunitensi contro la Cina, e di conseguenza con la risposta di Pechino a base di altrettante sanzioni. Decine di miliardi di dollari di interscambio che sono il primo, grande colpo di una guerra economica che potrebbe coinvolgere presto centinaia di miliardi di dollari di business in una escalation drammatica e con riflessi globali - la Wto ha ammonito ieri contro rischi per la ripresa mondiale.

    Il ministro degli Esteri cinese ha commentato l'entrata in vigore dei dazi doganali da $34 miliardi contro la Cina, sottolineando che il protezionismo commerciale riflette un atteggiamento miope, che finisce per provocare danni a entrambe le controparti. Pechino ha ammonito che la spirale di conflitti commerciali farà fin da subito vittime indesiderate da parte degli stessi americani: 20 miliardi, quasi il 60% dei 34 miliardi di prodotti nel mirino, sono in realtà sfornati in Cina da aziende straniere, compresi molti gruppi statunitensi.



    Cosa fare in questi casi

    Cosa devono aspettarsi gli investitori in fondi azionari? Secondo gli analisti di Morningstar, le quotazioni dei titoli sono vicine al loro valore equo, il cosiddetto fair value (l’universo copre 1.600 titoli a livello globale) e sono da preferire le aziende meno legate al ciclo economico, dato che ci troviamo nel nono anno di crescita consecutiva.

    Il settore più sottovalutato è quello dei consumi difensivi. Per coloro che vogliono mettersi al riparo da un possibile acuirsi della guerra commerciale, le società a medio piccola capitalizzazione possono rappresentare un’alternativa interessante, dato che sono più esposte al mercato domestico e meno a quello globale.




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